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Intrigante rilettura del (im)probabile intreccio fra Kubrik ed i Pink Floyd:
Le impressioni emozionano. È inutile conoscere: molto meglio supporre (V. Capossela).

1971, esce nelle sale Arancia Meccanica, nono capolavoro dell’eclettico Stanley Kubrik. In fase di montaggio, il regista newyorchese chiede ai componenti di una giovane band britannica l’autorizzazione all’utilizzo di alcune loro canzoni. Gilmour, Mason, Wathers e Wrighit, i Pink Floyd, rifiutano. La paura è che le musiche di “Atom Heart Mother”, visti i contenuti del film, possano subire un danno d’immagine.
Kubrik e i Pink Floyd, veri geni, sia il primo che i secondi, dell’arte novecentesca, non avranno, neanche in futuro, occasione di lavorare congiuntamente. Anni dopo Roger Waters avrebbe chiesto al regista di poter utilizzare la voce di HAL 9000, computer di “2001: Odissea nello spazio”, nel suo terzo album da solista “Amused to Death”, ricevendo però un secco rifiuto. Due strade parallele, benché lastricate di immaginifico talento, sono destinate a non incontrarsi. Ed è qui che entra in gioco la leggenda, lo spirito edonista dell’uomo che si nutre di realtà parziali e contingenti pronte a contaminare l’opacità del mondo vero. Nel 1968 uscì nelle sale un altro capolavoro di Kubrik, 2001: Odissea nello spazio, forse il più straordinario affresco di fantasia cinematografica del XX secolo. Un’emozione lunga 141 minuti e definita dallo stesso regista “un’esperienza visiva, che aggira la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”. Kubrik è stato un regista rivoluzionario e un artista avvezzo al capolavoro. Poliedrico, si è dedicato a generi diversi di cui, spesso, ha finito per divenire uno spartiacque. Con lui la fantascienza si è arricchita di etica e silenzio, ha sorvolato la metafisica giungendo a toccare vette eguagliate solo e in parte da Blade Runner. Notevole è il tentativo, felicemente riuscito, da parte del regista di non allontanarsi dalla verità scientifica creando uno spazio realistico. Mirabile, infine, la resa dei movimenti a gravità zero.
2001: Odissea nello spazio è un film per capitoli che tenta di spiegare la relazione che lega in maniera indissolubile l’uomo allo spazio e, soprattutto, al tempo. Emblematica la scena iniziale in cui l’osso colpito dall’ominide schizza per aria e, volteggiando immobile, diviene un’astronave nello spazio. La nostra “leggenda” trae ispirazione dall’ultima parte dell’opera: Giove e oltre l’infinito. Qui la parabola della vita umana viene estrinsecata in un’iperbole di immagini e luci culminanti nello sfarzo barocco di una villa settecentesca. Il protagonista, dopo aver vagato in un limbo privo di coordinate, assiste, in terza persona, al proprio frenetico invecchiamento, poi alla morte e infine alla rinascita. Una sequenza commovente di immagini che si dice combacino perfettamente con le note di Echoes, capolavoro dei Pink Floyd e insuperato manifesto psichedelico dell’umanità. Danzando sul medesimo spartito, come figlie dello stesso genio, immagini e musica si inseguono lungo 24 minuti di rara poesia e vitalità. La Storia ci dice che Echoes è uscita nel 1971, tre anni dopo il capolavoro di Stanley Kubrik. La nostra leggenda vuole farci credere che il regista per qualche ragione conoscesse già la canzone e avesse pensato la propria creatura su di essa. Possibile anche il percorso inverso, ossia che la band inglese abbia ideato lo stupendo spartito affinché calzasse con l’ultimo capitolo del film. Tutti i protagonisti hanno smentito. Ma, che ci crediate o no, supporre può essere meglio che conoscere. A volte.